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(dal libro "Il Profeta", di Kahlil Gibran, ed. Piemme)
  

Agli albori del 1923, Gibran diede alla luce "Il Profeta", suo testamento spirituale, con l'intento di rischiarare il cammino dell'uomo assetato di luce e verità, indicandogli la via maestra del bene e sollecitandolo a vivere, in ogni frangente e a ogni età, secondo principi di saggezza, fiducia verso il prossimo e fede in Dio.

  

Egli indossa la tunica di un profeta veemente, eletto e amato da tutti, per condurci per mano da un itinerario a un altro nel tentativo di illuminare la nostra mente con i bagliori incandescenti dell'amore, del matrimonio, della figliolanza, del lavoro, della preghiera e della legge, realtà sulle quali ogni uomo, di qualsiasi razza, ceppo e credo, erge il proprio tempio.

Da vero maestro, usando un linguaggio biblico, ci trasporta oltre i confini della realtà, dove regna sovrana la pace e l'amore, in un mondo spirituale puro e incontaminato dalle leggi delle corruzioni, dell'indifferenza e dell'ingiustizia.

Dopo aver atteso per dodici anni nella città di New York (Orfalese) il ritorno nella nave dei suoi compatrioti, i Fenici, cavalieri dei flutti, figli della sua antica madre, con il cuore palpitante di gioia osserva lo sconfinato mare e vede una nave risalire nella nebbia.

Esclama: "Sono pronto a partire, e a vele spiegate il mio desiderio attende il vento". Ma d'improvviso la sua gioia si tramuta in lacrime e pensa nel suo cuore: "Come andarmene in pace e senza pena? No, non lascerò questa città senza piaga nello spirito.

Non è un abito che io tolgo, ma una pelle che lacererò con le mie stesse mani. Nè è un pensiero che lascio dietro di me, ma un cuore addolcito dalla fame e dalla sete".

Con queste parole Gibran descrive magistralmente il proprio cuore spezzato a metà tra New York e il Libano, tra l'Occidente, terra della sua maturazione, e l'Oriente, culla della sua infanzia.

Pur navigando tra contrastanti pensieri e pur lottando contro le onde dei sentimenti, trova il tempo per dire addio ai suoi amati concittadini, che abbandonano le loro abituali occupazioni e si radunano interno a lui acclamandolo a una voce: "Non sei uno straniero tra noi, non sei un ospite fra noi, ma nostro figlio e nostro prediletto. Non consentire che i nostri abbiano fame del tuo volto".

Con il capo chino e con le lacrime che gli rigano il viso, si ferma nella grande piazza, davanti al tempio.

D'improvviso dal santuario esce la sacerdotessa Almitra, che impersona Mary Haskell, la tanto amata mecenate di Gibran. Ed egli la guarda con estrema tenerezza, poichè era stata la prima che lo aveva cercato, e aveva creduto in lui.

Ed ella, rompendo il silenzio che aleggia sulla piazza, esclama:

 

"Profeta di Dio, che cerchi l'assoluto, ora la tua nave è giunta, e tu devi andare. Profonda è la tua ansia per la terra dei tuoi ricordi, per la dimora dei tuoi grandi desideri; e neppure il nostro amore potrà trattenerti. Ma prima di lasciarci, noi ti preghiamo: parlaci e dona a noi la tua verità. E noi la doneremo ai nostri figli, e questi ai loro figli, ed essa non perirà...Rivelaci quello che esiste tra la nascita e la morte. Parlaci dell'Amore".

 

Il profeta dopo aver sollevato il capo e scrutato il popolo, inizia a parlare a gran voce.

"Quando l'amore vi chiama, seguitelo,

anche se le sue vie sono ardue e ripide.

E quando le sue ali vi avvolgeranno,

abbandonatevi a lui,

anche se la sua lama, celata tra le sue penne,

vi può ferire.

E quando vi parla credetegli"....

Hafez Haidar
(dal libro "Il Profeta", di Kahlil Gibran, ed. Piemme)